La domanda onesta su Marchionne
L’ultimo a polemizzare è stato Carlo De Benedetti: “Cosa fa Marchionne per produrre automobili che si vendono, proprio lui che minaccia di lasciare l’Italia se non lo fanno lavorare come vuole?”. In realtà, di vetture ne ha piazzate un bel po’. Nei primi due mesi di quest’anno la Chrysler ha raddoppiato le vendite di automobili rispetto al primo bimestre del 2011; a febbraio l’aumento è stato addirittura del 114 per cento. Certo partiva dal basso, e resta la numero quattro negli Stati Uniti, ma la rincorsa nei 23 mesi della gestione Marchionne è davvero impressionante.
8 AGO 20

L’ultimo a polemizzare è stato Carlo De Benedetti: “Cosa fa Marchionne per produrre automobili che si vendono, proprio lui che minaccia di lasciare l’Italia se non lo fanno lavorare come vuole?”. In realtà, di vetture ne ha piazzate un bel po’. Nei primi due mesi di quest’anno la Chrysler ha raddoppiato le vendite di automobili rispetto al primo bimestre del 2011; a febbraio l’aumento è stato addirittura del 114 per cento. Certo partiva dal basso, e resta la numero quattro negli Stati Uniti, ma la rincorsa nei 23 mesi della gestione Marchionne è davvero impressionante. L’Ingegnere lo sa, ma tocca un nervo scoperto. La Fiat è tornata dopo 28 anni in America con la 500, la sua vettura glamour, però il risultato è deludente: ha venduto quasi 25 mila esemplari, la metà di quel che aveva previsto il top manager. L’auto è prodotta in Messico, quindi non c’entrano nulla le condizioni di lavoro nelle fabbriche italiane. E il mercato americano vive un boom. Tuttavia, è evidente che vanno cambiati i modelli, soprattutto in Europa dove invece sta avvenendo una micidiale selezione a vantaggio della Volkswagen. Il calo delle vendite di Fiat nel nostro paese è molto più severo che quello subito da altri marchi.
Vero, ma non è qui il punto. Si avverte, tra gli imprenditori, una revanche polemica, nutrita anche di gelosie professionali (non da parte di CDB il quale riconosce a Marchionne di aver salvato la Fiat). Tutti a travestirsi da Dante Giacosa per insegnare come fare le automobili, tutti allenatori della squadra altrui, tutti a raccomandare cautela, prudenza, con i sindacati e con i poteri costituiti. Un atteggiamento che rivela una sindrome oblomovista del capitalismo tricolore. Le multinazionali italiane sono una manciata. Se si escludono piccoli, grandi eroi che partono con la valigetta, le aziende non sfondano all’estero. Di investimenti stranieri nemmeno l’ombra. E basta mettere il naso fuori dalle frontiere per annusare che l’Italia viene percepita come un paese ostile all’industria e alla modernità. Un pregiudizio? Non proprio, visto quel che accade in Val di Susa. Tocca ai soloni che sgridano Marchionne, a questo punto, farci vedere cosa fanno loro per invertire la corrente.